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Michele Cocchi

La recensione di Giorgio Scudeletti su Bergamo Sera

“La casa dei bambini”: il luogo fisico e psicologico da cui è impossibile separarsi.

Alcuni bambini sono radunati in una “casa” che è in realtà un orfanotrofio. Buona parte di loro è scampata a una ribellione cruenta, tanto che qualcuno mantiene un ricordo ora vago ora spaventoso di violenze, incendi e morti  avvenute durante un passato forse non lontano ma in un tempo imprecisato . Intorno alla casa si sente ancora qualche boato e si vedono bagliori che sormontano le mura. Tuttavia i bambini sono inseriti in un mellifluo sistema di accudimento e imprigionamento che si regge sulla dinamica infrazione-punizione e non possono fare troppe domande su ciò che accade oltre le mura. Così  i rumori e i bagliori sono, nella versione di chi lavora dentro la casa, “una gara automobilistica”. Il direttore e le “mamme”, figure ibride simili  alle moderne educatrici ma con i tratti delle arcaiche sorveglianti, si occupano di cancellare ogni curiosità. In ogni caso, se l’ospite della casa diventa incontrollabile, per lui è pronta l’iniezione calmante. Questo è il contesto iniziale del romanzo di Michele Cocchi, “La casa dei bambini” (Fandango, pp.260, 15 euro). La vicenda si sviluppa lungo infanzia, adolescenza e età adulta dei protagonisti.  In ciascuna di  esse la “casa” è una presenza fisica ma soprattutto psicologica che vive costantemente dentro i personaggi. Un luogo a volte insopportabile al punto da spingere alla fuga. Ma anche l’unico posto in cui ognuno di loro ha sviluppato relazioni autentiche che somigliano molto alle dinamiche di una famiglia, per quanto  i genitori non esistano. Il legame è tanto forte che temendo il distacco e la solitudine, uno dei bambini, Giuliano, ostacola i  compagni che potrebbe trovare una famiglia adottiva durante la “scelta”, la visita del sabato da parte di possibili genitori. Sandro, Nuto, Giuliano, Gioele, Paolo, Viola, Dino sono piccole esistenze che imparano a sostenersi a vicenda in un microcosmo in cui si alternano affetto e brutalità strisciante. Questa “casa” è comunque una paradossale dimensione protettiva rispetto a un mondo che, pur lasciato con fatica fuori dalle sue mura, vi si introduce in due modi: attraverso la “scelta” e con l’inevitabile imporsi della realtà esterna, ciecamente violenta, che col tempo demolirà l’orfanotrofio.

Non si può comprendere quale sia il contesto geografico e cronologico della vicenda, che l’autore sceglie di rendere indeterminati, ma con tratti chiaramente riconoscibili. A dimostrazione di questo, nella seconda parte del romanzo si parla di un conflitto tra “Partito” e bande di “ribelli” molto simile alla guerra civile italiana del 43-45: “ribelli” erano definiti i partigiani da parte dei nazifascisti. E secondo una dinamica presente nelle bande partigiane, ognuno dei “ribelli” assume un nome di battaglia che significa anche la costruzione di una nuova identità. Le dinamiche della guerra sporca tra bande e esercito, fatta di rastrellamenti, torture, omicidi e spie, sono presenti nella vicenda di uno dei protagonisti, Nuto. Diventato adolescente e rapito dai “ribelli” affinché uccida il padre adottivo, fiancheggiatore del “Partito”, il ragazzo esemplifica il momento della scelta nel passaggio tra infanzia e età adulta. La sua progressiva e tormentata maturazione politica passa attraverso la decisione cruciale del possibile omicidio del padre, che è più un datore di lavoro duro e cinico che non un genitore. Ma più della causa politica è ancora una volta la “casa” a orientare la volontà del ragazzo quando riconosce in una delle ribelli, Lina, la sorella dell’ex compagno Sandro. Questa agnizione manda in crisi i fragili equilibri della banda perché Lina, sconvolta dalla rivelazione dell’esistenza in vita del fratello creduto morto, compirà scelte estreme.Per quanto Nuto ritrovi nella banda una sorta di microcosmo  simile alla “casa”, costruito sul crinale sottilissimo tra violenza e solidarietà, essa non riesce a diventare per lui la famiglia che aveva trovato nell’orfanotrofio. L’ambiguità dell’ambiente in cui Nuto si ritrova sempre più disorientato esplode quando il ragazzo deve fare i conti con la sua sostanziale estraneità al contesto storico che lo circonda. Costretto a decidere  se proteggere Lina o rimanere fedele alla banda, sceglie la donna in nome dell’appartenenza alla “casa” ovvero all’umanità che è più importante di ogni causa. Proprio in questa parte del libro che si connota come la più avventurosa si scorge quanto questo romanzo sia una vicenda di personaggi più che di peripezie. La volontà di Cocchi è quella di fare dei suoi protagonisti  l’origine di ogni evento del libro e di ricondurre alle loro psicologie le diverse sfumature delle vicende che compongono la trama.

Alla fine del conflitto sembra dominare un ritorno alla normalità garantito dal governo degli ex ribelli che hanno sconfitto il “Partito” nella guerra civile. In realtà la società scaturita dalla guerra civile non è in pace, ma solo anestetizzata da un brutto welfare e dalla televisione. Tutti i bambini della casa hanno subito gli effetti del conflitto, perdendo la vita o uscendone psicologicamente indeboliti o devastati. Dino, Giuliano e Sandro non hanno mai trovato la piena realizzazione di sé, pur avendola cercata nel lavoro per il partito dominante o nell’arte circense. E soprattutto continuano a inseguire il  loro passato in un’indagine esistenziale  che li riporta necessariamente al luogo in cui sono cresciuti. Dino, affetto da una malattia mortale, vuole tornare per un’ultima volta a vedere la “casa”, recuperando quel senso che nella vita non ha mai afferrato. La sua visita finale alla “casa”, stimolata da Giuliano, ormai ambiguo maggiorente del partito di potere, non è quindi un ritorno alle origini quanto l’ultimo momento di esistenza autentica.

Il romanzo di Cocchi è riuscito e di buon livello grazie alla capacità che l’autore dimostra nel costruire personaggi di profonda complessità psicologica attraverso le loro azioni e i loro dialoghi. L’atmosfera è ispirata a una apparente medietà in cui i drammi sono presenti ma vengono sempre stemperati, spesso solo evocati e non descritti, lasciati per così dire, fuori scena. La scelta di un’ambientazione quasi distopica accentua tale carattere. In questo, il romanzo di Cocchi ricorda uno dei capolavori del premio Nobel Ishiguro, “Non lasciarmi”, come è simile anche nella  sottile presenza di un dolore e di un disagio esistenziale che i personaggi si portano addosso come un dato naturale ineliminabile.

                                                                                                                  Giorgio Scudeletti

La Casa dei bambini vince il premio Comisso 2018

Premio Comisso 2018: Michele Cocchi e Cristina Battocletti i vincitori delle sezioni Narrativa e Biografia

Sabato 6 ottobre in seduta pubblica al Salone dei Trecento di Treviso sono state proclamate le opere vincitrici della XXXVII edizione del Premio letterario Giovanni Comisso “Regione del Veneto- Città di Treviso” per le sezioni Narrativa e Biografia.
Il vincitore della Sezione Narrativa è: “La casa dei bambini“, di Michele Cocchi (Fandango libri).
Il vincitore della Sezione Biografia è: “Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste“, di Cristina Battocletti (La nave di Teseo).
Le due opere hanno ottenuto la maggioranza dei voti dai componenti la Grande Giuria del Premio tra i finalisti selezionati dalla Giuria Tecnica.

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Recensioni

Recensione di Olga Mugnaini sull’inserto “Il piacere della lettura” di QN (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) de La cosa giusta

 

Padre-figlio, corpo a corpo di sentimenti lacerati di Olga Mugnaini

Asciutto, doloroso, profondo ed essenziale. È un corpo a corpo di sentimenti lacerati, fino in fondo. Anche se poi la parabola termina con uno spiraglio di redenzione che non ti aspetti. Per Michele cocchi, 38 anni pistoiese, La cosa giusta (edizioni Effigi), è il primo romanzo, che arriva dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot). E nel suo srotolare e dipanare i grovigli dell’animo umano, si avverte il contributo del suo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nonostante la scelta del protagonista a doppio registro, con pare e figlio che si alternano i capitoli e i punti di vista della narrazione, è con Gabriele che si schiera il lettore, per seguire questo sedicenne in fuga da un padre con troppi torti per suscitare compassione. Gabriele scappa dopo una furiosa lite e si allontana attraverso il bosco, attento a far perdere le sue tracce ed entrare in simbiosi con una natura spettatrice indifferente delle sue sofferenze.

Il padre a casa, fra alcol e ira, arranca nei ricordi e nella pianificazione di un castigo-vendetta per quel figlio ribelle, che si mette a cercare con il ghigno del cane che insegue la preda. Neppure il tentativo di aiuto da parte dell’amico prete servirà a placare la sua furia. Del resto, nessuno lo mai aiutato davvero e nessuno lo potrà mai aiutare. Finché una mattina il commesso dell’emporio lo chiama al telefono: al mercato, il venditore di uccelli ha riconosciuto suo figlio che sembrava scomparso. E che invece è rifugiato poco lontano, in un casolare, con uomini e donne che hanno lasciato la città per trasferirsi in montagna  in una sorta di comune-cooperativa che cerca di liberarsi dalle cose superflue della nostra contemporaneità.

Il racconto si snoda e si intreccia tra i pensieri del padre che non ricorda e la lucidità del figlio che non vuole parlare, in un susseguirsi di dialoghi serrati che disegnano una storia corale da leggersi tutta d’un fiato. Una favola moderna e amara. Ma forse una speranza c’è, anche per loro.

Recensione di Milva Cappellini a La cosa giusta

Michele Cocchi, La cosa giusta, Effigi edizioni 2016

L’adolescenza è una terra di mezzo, ed è una terra boscosa. A volte assomiglia a un deserto vuoto con rare oasi, altre, come in un negativo fotografico, a una selva oscura con radure illuminate. Luce con ombra, sterpaglia con pantano; sempre l’adolescenza è così, ambigua, bifida: sterile e fertile, insidiosa e fruttuosa, temibile e seducente, feroce e tenera, bellicosa e terrorizzata. Altrettanto ambivalente, si sa, è il bosco stesso, la sua figura letteraria: locus horridus popolato da streghe e orchi micidiali o locus amoenus abitato da amabili genî e ninfe.

L’eroe letterario – in un modo o nell’altro destinato o condannato alla prova, alla ricerca, al cammino: la quête del giovane Perceval, di Pollicino – è, si diceva, un adolescente eterno, perfino nella senilità anagrafica, e la sua impresa lo conduce invariabilmente ad attraversare foreste e boscaglie variamente allegoriche. Qui egli incontra nemici e soccorritori, si nasconde e si svela, è vittorioso e sconfitto, si perde e si trova. Proprio ciò che ogni giorno, ogni momento, accade all’adolescente (e anche alla spina di eterna adolescenza che resta conficcata in ogni uomo e donna), colui che per etimologia si sta nutrendo e sta mutando,  il ricercatore sempre in viaggio, sempre sulle tracce e sempre in peripezia, sempre in pericolo.

Nel romanzo di Michele Cocchi, il bosco che ospita le vicende e i passaggi del ragazzo e dell’uomo – voci che si alternano nei capitoli ordinatamente, come dopo un’attenta analisi che ha intanto introdotto un principio di ordine in un pruneto familiare ed esistenziale inestricabile – è al tempo stesso accogliente e selvaggio, spazio di esperimenti sociali e teatro di impulsi profondissimi.

Il ragazzo Gabriele entra nel bosco fuggendo, nasconde qualcosa nella terra, guada un torrente freddo e melmoso, incontra una comunità che tenta di realizzare, nel fitto della macchia e nelle poche radure, un’esistenza alternativa. Il gruppo è tutt’altro che perfetto, ma offre brecce di accettazione e slarghi di libertà: il casolare non è l’Eden, è piuttosto un luogo in cui sostare, mettersi a prova, ripensare; è un luogo da cui ripartire senza il peso insostenibile del giudizio.

Il male emerge perentorio, nella strage dei cani, nelle malattie dei bambini, nel vino cattivo nel quale l’uomo – l’inseguitore – affoga i propri disastri, nelle mani disgraziate di chi gioca a Bestia nel seminterrato dell’osteria, vestibolo di un inferno sordido. Dietro la vicenda scarnificata dell’uomo e del ragazzo si dispiega una tessitura di tribolazioni e fallimenti; dentro le descrizioni e i dialoghi si addensano simboli antichi, quelli del dentro e del fuori, di ciò che è seppellito e di ciò che riemerge e ritorna, dell’asciutto e del bagnato, del chiaro e del tenebroso. Sono i segni e i gesti della condizione umana al suo grado zero, quello  più vicino (ma tenacemente penosamente irriducibile) alla vita animale e vegetale: la sopravvivenza, il controllo del dolore e della fame, la cura dei figli. Sembra non possa esistere, oltre il cerchio stretto di  urgenza e indigenza, alcun orizzonte, non possa esistere un cammino che non sia fuga disperata o battuta di caccia. Eppure, il titolo del romanzo offre forse una chiave possibile: l’esistenza di una cosa giusta (che, per antonomasia e perfino per solidarietà lessicale, è cosa da fare) testimonia la necessità di una meta al tragitto, da intravedere tra pozze di torrente e roveti di sottobosco:

La luna era una lama sottile e il cielo era velato da stralci di nubi. Il ragazzo distinse l’odore di un temporale in arrivo. L’aria più densa e più scura all’orizzonte. Risalirono l’erta della collina dove i castagni proiettavano ombre sul terreno asciutto. Nella notte il bosco mutava sembianze e Gabriele, diretto sulla cima, perdeva il sentiero e lo ritrovava.

La recensione de La cosa giusta di Matteo Moca su Blow Up

La cosa giusta è il primo romanzo di Michele Cocchi, che esordisce sulla forma lunga dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, pubblicato da Elliot nel 2010. I principali protagonisti di quei dieci racconti erano elementi di un’umanità costituita da esistenza dolorose, continuamente in bilico su un fragile equilibrio perpetuamente disturbato da complesse dinamiche relazionali e psicologiche. Come psicologo Michele Cocchi dimostra una perfetta aderenza ai territori della mente e dei sentimenti; tale padronanza si ritrova in questo suo primo romanzo, forma nella quale l’autore intreccia due storie. Sono infatti due i protagonisti di La cosa giusta, un padre, chiamato generalmente “uomo”, e suo figlio, Gabriele, che si dividono equamente la narrazione. Il romanzo si apre quando un fatto grave è già accaduto e le strade del figlio e del padre si sono già divise, tant’è che ogni capitolo è dedicato all’uno o l’altro personaggio. Gabriele ha sedici anni e fugge nel bosco, sotto la pioggia, con in vista una notte al freddo: scava una buca e seppellisce i suoi vestiti, non vuole essere riconosciuto, non vuole essere rimandato a casa. Il padre invece riprende conoscenza nel buio del capannone del suo allevamento di cani, ferito ad una gamba dal filgio e incapace di muoversi. Padre e figlio si sono separati e vivono ora di questa nuova contrapposizione: uno in movimento, l’altro fermo. Nel corso del romanzo le loro posizioni però si rovesceranno: il figlio troverà requie presso un casolare abitato da una comune dedita al lavoro agricolo, il padre, simbolo di una mascolinità dura pronta però a cedere davanti alla scomparsa del figlio, inizierà invece una ricerca agitata e convulsa, risolta solo dall’aiuto di un prete e di un commesso di un emporio. La risoluzione del rapporto rimane enigmatica, perchè è forse proprio in questa ambiguità che questo rapporto potrà, forse, ricostituirsi. I capitolo dedicati al figlio sono quelli più potenti del romanzo: attraverso continui scambi di battute e riflessioni, a fronte di descrizioni al contrario rade, il narratore riesce a disegnare un ritratto convincente e vero di un’età difficile come quella dell’adolescenza, smascherata qui nei suoi meccanismi più intimi e originari che svelano, dietro le mille problematicità, un carattere amoroso e quasi ancestrale nel rapporto con l’ambiente e la natura.

Matteo Moca, Blow Up Magazine

Recensione de La cosa giusta di Alessandro Beretta su La lettura del Corriere della sera

Disonora il padre che ti insegue
 
Prima un uomo si sveglia ferito a una gamba nel buio di un capannone, intanto un ragazzo fugge nel bosco mentre il sole scende. Fin dai due capitoli d’apertura di La cosa giusta, primo romanzo di Michele Cocchi dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot, 2010), il ritmo alternato della vicenda si impone, divisa in ventisei parti dedicate a “L’uomo” e a “Il ragazzo”. 
Sono padre e figlio e il primo sta cercando il secondo, perché Gabriele, questo il nome del sedicenne, l’ha aggredito, ha distrutto casa, ha ucciso i cani molossoidi del loro allevamento ed è andato via. Almeno, così sembra, e il passo fermo del racconto intavola un inseguimento inizialmente lento, che sprigiona una nota di inquietudine e malessere frutto di un lavoro stilistico mirato. La prosa precisa nel descrivere la natura e l’azzeramento delle metafore vanno in contrasto con l’ambientazione geografica e temporale indefinita: siamo su un monte, ci sono un bosco e un villaggio, lontana è la città, ma non sappiamo mai in che anno e luogo. E’ un’apposizione che dà forza e coerenza ad altre scelte della costruzione drammatica: i dialoghi essenziali, alcune fondamentali ellissi narrative, i pochi salti nel passato. Al centro di tutto questo, il rapporto distrutto dei due personaggi. L’uomo, di cui non sapremo ma il nome, è un alcolizzato ed è costretto dalla sua ricerca a ritornare nel villaggio cui non si avvicinava da anni incontrando, tra gli altri, il prete che li aveva invano aiutati e l’oste che lo faceva giocare d’azzardo. E’ rude, attaccabrighe, il passato è una terra bruciata dall’alcol e lentamente riemerge, definendo i contorni di una donna che non c’è più, fuggita perché picchiata ed esausta, e di una famiglia. Con sé ha un fucile e, dopo una discussione accesa con il prete sul perché non abbia cercato di smettere di bere e perché non abbia denunciato la scomparsa del figlio, è lapidario: “Perché voglio ammazzarlo – disse ridendo l’uomo. – Direi che è piuttosto semplice”. 
Una frase che esplode a metà libro, accelerando di lì in poi la storia, mentre il lettore parteggia per Gabriele che, nella fuga, ha incontrato una famiglia allargata pronto ad accoglierlo. Si tratta di Cristiano, cinquantenne dalla barba rossa, e del so gruppo: vivono in un casolare nel bosco, senza elettricità, coltivano e allevano cercando di usare meno possibile la tecnologia moderna. Una comune in cui al ragazzo non viene chiesto nulla del proprio  trascorso, se non di lavorare, ma dove le relazioni sono in realtà complicate perché quell’isolamento, per loro arrivati dalla città, è un ulteriore e fallimentare fuga.
Qui Gabriele, uscito dall’inferno in cui viveva, cresce rapidamente e si avvicina alla giovane Lucia, anoressica e nevrotica, e a Laika, un pastore belga, femmina, di cui guadagna la fiducia. Il ragazzo ha un carattere sensibile, attento, ma la parentesi di serenità è breve. E’ inutile scappare, i legami non si rompono, e il rapido finale, in un radicale cambio di prospettiva, sigla un’opera compatta, insolita e morale, sul crescere all’ombra di un padre difficile. 

Recensione di Emiliano Gucci a Tutto sarebbe tornato a posto, su Flair

Sono già molte le cose palesemente a posto nell’ottimo esordio di Michele Cocchi. Una raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, (Elliot ed.) dove ogni parola sembra essere quella esatta, ogni scena l’unica possibile per raccontare quella precisa vita lì, così comune, normale, eppure centrale nell’universo in cui il libro ci catapulta: il nostro. Bambini, sorelle, padri, amici, sul lungomare, o in una piazza, noi stessi colti nell’attimo in cui un episodio apre possibilità e interrogativi che continueranno a lavorarci dentro. Chi non ha voglia di scavare sotto la superficie troverà semplicemente un libro scritto molto bene. Chi non ama i racconti brevi troverà tasselli indispensabili alla riuscita di un magnetico affresco finale, molto più compatto di certi romanzi. Chi si lascerà andare, farà fatica a dimenticare queste storie.

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