Disonora il padre che ti insegue
 
Prima un uomo si sveglia ferito a una gamba nel buio di un capannone, intanto un ragazzo fugge nel bosco mentre il sole scende. Fin dai due capitoli d’apertura di La cosa giusta, primo romanzo di Michele Cocchi dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot, 2010), il ritmo alternato della vicenda si impone, divisa in ventisei parti dedicate a “L’uomo” e a “Il ragazzo”. 
Sono padre e figlio e il primo sta cercando il secondo, perché Gabriele, questo il nome del sedicenne, l’ha aggredito, ha distrutto casa, ha ucciso i cani molossoidi del loro allevamento ed è andato via. Almeno, così sembra, e il passo fermo del racconto intavola un inseguimento inizialmente lento, che sprigiona una nota di inquietudine e malessere frutto di un lavoro stilistico mirato. La prosa precisa nel descrivere la natura e l’azzeramento delle metafore vanno in contrasto con l’ambientazione geografica e temporale indefinita: siamo su un monte, ci sono un bosco e un villaggio, lontana è la città, ma non sappiamo mai in che anno e luogo. E’ un’apposizione che dà forza e coerenza ad altre scelte della costruzione drammatica: i dialoghi essenziali, alcune fondamentali ellissi narrative, i pochi salti nel passato. Al centro di tutto questo, il rapporto distrutto dei due personaggi. L’uomo, di cui non sapremo ma il nome, è un alcolizzato ed è costretto dalla sua ricerca a ritornare nel villaggio cui non si avvicinava da anni incontrando, tra gli altri, il prete che li aveva invano aiutati e l’oste che lo faceva giocare d’azzardo. E’ rude, attaccabrighe, il passato è una terra bruciata dall’alcol e lentamente riemerge, definendo i contorni di una donna che non c’è più, fuggita perché picchiata ed esausta, e di una famiglia. Con sé ha un fucile e, dopo una discussione accesa con il prete sul perché non abbia cercato di smettere di bere e perché non abbia denunciato la scomparsa del figlio, è lapidario: “Perché voglio ammazzarlo – disse ridendo l’uomo. – Direi che è piuttosto semplice”. 
Una frase che esplode a metà libro, accelerando di lì in poi la storia, mentre il lettore parteggia per Gabriele che, nella fuga, ha incontrato una famiglia allargata pronto ad accoglierlo. Si tratta di Cristiano, cinquantenne dalla barba rossa, e del so gruppo: vivono in un casolare nel bosco, senza elettricità, coltivano e allevano cercando di usare meno possibile la tecnologia moderna. Una comune in cui al ragazzo non viene chiesto nulla del proprio  trascorso, se non di lavorare, ma dove le relazioni sono in realtà complicate perché quell’isolamento, per loro arrivati dalla città, è un ulteriore e fallimentare fuga.
Qui Gabriele, uscito dall’inferno in cui viveva, cresce rapidamente e si avvicina alla giovane Lucia, anoressica e nevrotica, e a Laika, un pastore belga, femmina, di cui guadagna la fiducia. Il ragazzo ha un carattere sensibile, attento, ma la parentesi di serenità è breve. E’ inutile scappare, i legami non si rompono, e il rapido finale, in un radicale cambio di prospettiva, sigla un’opera compatta, insolita e morale, sul crescere all’ombra di un padre difficile.