I libri dimenticati – Rubrica

Stagione di mezzo di Sergio Civinini, Einaudi 1955

Il primo libro di questa rubrica è Stagione di Mezzo di Sergio Civinini, pubblicato nella collana Einaudi de «I gettoni» nel 1955. Una breve raccolta di racconti dal taglio bilenchiano (a Bilenchi il libro è dedicato), fortemente voluta anche da Vittorini.

Il cuore del libro, di ogni racconto raccolto nel libro, è – direi – la condizione esistenziale di quei giovani (o, forse, di un giovane soltanto che assume più forme, Ataro) che oggi chiameremmo preadolescenti e adolescenti, i quali, allora come oggi – sebbene la società sia mutata – rivolgono il loro sguardo al mondo degli adulti, ai paesi o città dove sono cresciuti, sguardi curiosi e timorosi, colmi di smania e eccitazione, tesi e allo stesso tempo recalcitranti all’esperienza di diventar grandi. Un mondo, quello dei personaggi di Civinini, di povera gente, di operai, contadini, manovali, prostitute, bambini dai pantaloni lisi e le ginocchia sbucciate, ragazzini che vagano tra viuzze di borghi medioevali. Un mondo che suona crudo, e tanto più suona crudo, tanto più suona vero (non soltanto reale, bensì vero). Sullo sfondo, appena trascorsa, la seconda guerra, soltanto accennata, ma di ombra lunga e pesante su tutti loro.

Civinini racconta passaggi esistenziali, azioni che iniziano oggi per allungarsi nel tempo, eventi della vita quotidiana che inchiodano il lettore – sempre – alla verità del sentimento che sta dietro le cose, perché sempre, con poche parole, Civinini coglie pienamente l’emozione che accompagna il gesto. Il davanzale della finestra era basso e vedevo un paesaggio di tetti, il cielo era grigio, monotono. Mi sedei vicino a Ivan. Era tanto piccolo e magro, pure quei suoi occhi, resi freddi e opachi dall’agonia lenta che lo consumava, s’illuminarono di gioia.

Un’altalena tra lirismo e realtà che è l’altalena di tutta l’opera di Civinini (anche della seconda raccolta edita per Vallecchi, Una sera con te); altalena – si percepisce – dilaniante per l’autore stesso; scrive a Vittorini “Essi segnano il trapasso da una condizione lirica ad una osservazione più diretta e distaccata della realtà. Allo stato d’animo si sostituisce, o vorrebbe sostituirsi, l’analisi e la elaborazione approfondita del materiale umano. Ma le due cose si compenetrano, e l’osservazione, l’analisi si concludono in situazioni pur sempre liriche” (Milva Maria Cappellini,«A proposito della narrativa di Sergio Civinini» in a.c di Giovanni Capecchi, Sergio Civinini scrittore e giornalista, Le Lettere, Firenze 2011, pag. 59).

II libro di Civinini è il libro di chi è cresciuto in una città medioevale, in questo caso Pistoia, sebbene Pistoia non sia mai nominata (non in questa raccolta, almeno, lo sarà in Una sera con te) circondata e protetta da cerchia montane, da appennini boscosi e selvaggi. Il movimento del giovane che cresce è allora il movimento di chi si separa andando verso il paese, la città, iniziazione dolorosa, per tornare a sera alla natura, a il fiume e dopo il ponte la campagna, e sentivamo nell’aria odore di terra se era piovuto.

Un libro che in me muove nostalgia, in me che faccio parte dell’ultima generazione cresciuta tra i cortili, le aie, i rioni, i quartieri – fatta eccezione per i bimbi dei piccoli borghi – senza l’ansia dello sguardo adulto preoccupato di sorvegliare e proteggere dai pericoli rappresentati dall’altro, da ciò che è sconosciuto. Ma libro, anche, che narra del sentimento dilaniante prodotto dalla voglia di andare in contrasto con la spinta a restare, che è di ogni giovane, in ogni luogo e tempo. Ero triste per l’inverno, triste per la mia solitudine, e avevo voglia di correre e di rotolarmi per terra con gli altri ragazzi, come facevo in estate. All’epoca si poteva contare su riti di passaggio riconosciuti da tutti, sebbene non da tutti accettati, soprattutto quando avversi al buon gusto, al senso morale,alla cultura cristiana, come l’accompagnarsi con prostitute – per gli uomini – per riconoscersi cresciuti, come accade nel bellissimo Una volta sono stato ragazzo, racconto d’apertura. Un abbraccio che torna a essere viaggio e ritorno, strappo doloroso verso l’età adulta quando mi fu vicina nascosi il volto nelle sue braccia e piangevo: volevo che tutto si fermasse. Udii la sua voce, calda al mio orecchio, che diceva dei bambini e delle loro stranezze.

Libro di amicizie, tra giovani e giovani, giovani e vecchi, amicizie in cui si condivide, muti, stessi dolori, stessi piaceri, la stessa voglia di vivere e di non darsi per vinti. Vero è che nel libro di Civinini si percepisce un’inclinazione all’introversione, alla malinconia, a un senso di solitudine forse di chi – come l’autore stesso – ha perduto il padre da giovane e è cresciuto in collegio. Quella sera venendo via da quel bianco inferno mi sentii triste, come se in me avessi una stagione morta entro una pianura troppo grande, della quale mi era impossibile scorgere in confini. Ma in ogni racconto si trova che la salvezza dell’individuo, passa per un noi, per la possibilità di condividere la condizione umana con l’altro.

Racconti scritti con una lingua del quotidiano, composta di oggetti di uso comune, ma sempre precisa, pronta a trovare nel suono della parola, il senso più ampio del pensiero che si vuole evocare, indifferenti a ciò che accadeva intorno a loro, i funai giravano i grandi arcolai di ferro, e le donne accovacciate al suolo pettinavano la canapa.

I più belli, senza dubbio, Una volta sono stato ragazzo, La casa di campagna, La ragazza sola, che punteggiano la vita del giovane, che sono arco nella vita, rappresentando il passaggio da una condizione di infanzia fragile, a intensa amicizia, all’amore turbolento dei ragazzi.

I racconti di Civinini hanno la forza di ri-muovere ricordi dentro di noi, sapori, odori che senza controllo si risvegliano. Di noi che, in una forma o in un’altra, il borgo italiano, la piccola città, abbiamo respirato. Libro da gustare, sicuramente da non dimenticare.