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Michele Cocchi

Autore

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Sono uno psicoterapeuta dell'età evolutiva, mi occupo di infanzia, adolescenza e famiglie. Coltivo la passione per la narrativa e la scrittura.

La recensione di Alessandro Beretta a La Casa dei bambini, su La lettura del Corriere della Sera

 

 

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Tutte le recensioni de La Casa dei bambini e de La cosa giusta

Recensioni

I libri dimenticati – Numero 2

I libri dimenticati – Rubrica

Il sempione strizza l’occhio al Frejus di Elio Vittorini, Bompiani 1947

Il sempione strizza l’occhio al Frejus, del 1947, è uno dei libri di Vittorini di cui si parla poco, misconosciuto, difficilmente reperibile. Se escludiamo l’opera omnia uscita nella collana “I meridiani” circa trent’anni fa, l’ultima pubblicazione de Il sempione è ancora più lontana nel tempo. Eppure è un piccolo gioiello della narrativa italiana, sia dal punto di vista formale che contenutistico, una pietra preziosa, senza impurità. Potrebbe essere letto come una pièce teatrale: tutto, o quasi tutto, si svolge dentro una modesta casa, nella periferia di Milano, casa di gente povera, siciliani emigrati negli anni trenta. Su tutti spiccano la figura della madre, quella del nonno – il padre di lei –, e del viandante Muso di Fumo. Un equilibrio di forze precario, quello tra i tre personaggi principali e gli altri sullo sfondo, sul quale incombe il fantasma della morte. Una morte materiale, corporea, la morte del nonno “Elefante” – come lo chiama la donna – Elefante perché il nonno è simbolo della forza, della tenacia, dell’uomo in quanto specie umana, in grado di traforare le montagne (Sempione e Frejus) e costruire piramidi. Ma anche morte spirituale, perché il nonno Elefante è simbolo di temperanza, di umiltà, di generosità, di chi è in grado di prendersi cura della famiglia ma, soprattutto, del genere umano tutto – Conversazione in Sicilia –; qualità dello spirito, queste, che al tempo di Vittorini – è ciò che Vittorini denuncia -, ma, direi, anche nel nostro tempo, parte dell’umanità ha perduto.

Sul palco, in primo piano, a prendersi la scena col corpo e la voce, la donna che sa di cose comunemente considerate ‘da donna’: la gestione della casa, dei figli, del vecchio; così come sa di cose comunemente considerate ‘da uomo’: la gestione economica, l’organizzazione della famiglia, del lavoro. Questo, va detto, è di tutte le donne di Vittorini, presenze corporali, di forza fisica, e allo stesso tempo di forza mentale, astute, sagge, umorali, che incarnano tutta la sfera emotiva e comportamentale della specie umana, l’intero ventaglio. Burattinaio, la donna de Il Sempione, che muove i fili e che, come la madre di Conversazione, apparentemente non ha bisogno di un uomo – allora era l’attore improvvisato di Macbeth, farfallone e donnaiolo; adesso lo scialbo biondino (marito e figura del tutto secondaria) – ma allo stesso tempo lamenta l’assenza dell’uomo forte, il Gran Lombardo di Conversazione, o rimpiange l’uomo Elefante quando ancora era Elefante. Donna che, nell’acuta analisi di Vittorini, denuncia le ambiguità del genere umano, il quale vede, comprende, conosce, ha mete da raggiungere e nonostante ciò, giace immobile, in una continua lamentela, senza trovare il coraggio di fare, o di dire. Un tipico uomo del tempo di Vittorini, così come del nostro tempo, e forse di tutti i tempi, italiano, ma non solo. Un tipo di uomo che si immobilizza, che finché può si bagna nel suo rigagnolo, aspirando a fiumi e laghi senza il coraggio, la forza, la tenacia di mettersi in viaggio. Quasi fosse un movimento ineluttabile della società, o addirittura dell’umanità tutta, questo dover fare i conti con un indebolimento della figura maschile, presente, responsabile, autorevole. Come non pensare alla lungimiranza di Vittorini, tipica dei narratori-pensatori grandi, di vedere quello che sarà?: una società, la nostra, dominata dalla componente narcisistica, con la fragilità che consegue all’aver messo al centro la nostra immagine, il nostro successo sociale. Un’umanità, quella di Vittorini, che soffre, per ciò che è – la guerra, il dopoguerra – ma anche per ciò che sarà e che Vittorini già vede, o intravede nei movimenti sociali intorno a sé.

La bellezza de il Sempione sta anche nel fatto che ogni personaggio ne nasconde un secondo, un terzo, in un gioco di scatole cinesi, dove ogni volta si ha la sensazione di raggiungere, finalmente, il nocciolo, senza tenerlo mai. Ognuno è bianco e nero, capace e incapace, coraggioso e vigliacco, utile e inutile. Lo stesso nonno Elefante, un tempo trascinatore del genere umano, oggi è un peso, un insaziabile trangugiatore di pane e cicoria; e la donna passa da amarlo, idealizzarlo, ergerlo a modello di vita, a mito da narrare e rinarrare, a esserne delusa e – oltremodo straziata – a sentirsi  combattuta: ciò che era amato, viene svalutato, accusato, odiato anche, poiché fragile – la fragilità di ogni uomo, anche del più illuminato, anche del più Elefante – , perché il padre, come ogni uomo, è soggetto allo scorrere del tempo, e alle debolezze tipiche della specie umana.

Dunque l’entrata in scena di Muso di Fumo, che da bambino avrebbe voluto, di mestiere, fare l’incantatore, rappresenta la possibilità di tornare a sentire l’altro, di recuperare la capacità perduta di sintonizzarsi, di entrare in empatia col prossimo. In fondo, cos’è un incantatore, se non un uomo in grado di farti vedere ciò che tu desideri vedere, e per questo capace di leggere – in te – quel desiderio?

Muso di Fumo, operaio che giorno dopo giorno ha visto il nonno camminare di fronte al cantiere, e ha visto, il nonno, come nessuno lo ha forse veduto, è in grado di mettere in parole ciò che gli altri non sono in grado nemmeno di pensare: che il nonno muoia. È la forza di Vittorini, credo, quella di andare oltre l’aspetto sociale ed entrare dentro l’uomo. Muso di Fumo è l’aruspice che vede nelle cose i segni, Muso di Fumo è l’intermediario tra il mondo di dentro e quello di fuori. Figura cristiana e allo stesso tempo pagana, quasi sciamanica, in grado di vedere e, soprattutto, di mettere in parole e in pensiero le fantasie, traendole fuori dal territorio pericoloso delle emozioni troppo intense, e improprie, lontane dalla verità: odio, invidia, furore. Muso di Fumo è colui che porta conoscenza, verità, perché è colui che sa la lingua dell’uomo, sa la mente dell’uomo, e dunque, a differenza della donna, non idealizza, e non svaluta, non mitizza e non accusa, accetta l’uomo così com’è, con la sua grandezza e la sua debolezza, con i suoi slanci e con le sue bassezze.

Solo questa capacità di dire, ma ancora prima di pensare, porterà l’uomo Elefante a sciogliere il proprio conflitto, o, meglio ancora, il conflitto della donna che l’uomo elefante porta sulla sua groppa (inchiodato sulla sedia a lasciarsi cantare come eroe e allo stesso tempo a farsi odiare come uomo sconfitto), a interrompere la lotta contro un destino inevitabile, a smettere di ingozzarsi con pane e cicoria privandone gli altri, e a uscire di casa per andare incontro alla fine lasciando, finalmente, il posto a qualcosa di nuovo, a una nuova vita che può attecchire, a nuovi pensieri che possono nascere, a nuove generazioni che possono portare nuova linfa, nuova forza elefantina, nuovo coraggio, nuovo slancio verso il genere umano.

 

Recensione di Olga Mugnaini sull’inserto “Il piacere della lettura” di QN (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) de La cosa giusta

 

Padre-figlio, corpo a corpo di sentimenti lacerati di Olga Mugnaini

Asciutto, doloroso, profondo ed essenziale. È un corpo a corpo di sentimenti lacerati, fino in fondo. Anche se poi la parabola termina con uno spiraglio di redenzione che non ti aspetti. Per Michele cocchi, 38 anni pistoiese, La cosa giusta (edizioni Effigi), è il primo romanzo, che arriva dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot). E nel suo srotolare e dipanare i grovigli dell’animo umano, si avverte il contributo del suo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nonostante la scelta del protagonista a doppio registro, con pare e figlio che si alternano i capitoli e i punti di vista della narrazione, è con Gabriele che si schiera il lettore, per seguire questo sedicenne in fuga da un padre con troppi torti per suscitare compassione. Gabriele scappa dopo una furiosa lite e si allontana attraverso il bosco, attento a far perdere le sue tracce ed entrare in simbiosi con una natura spettatrice indifferente delle sue sofferenze.

Il padre a casa, fra alcol e ira, arranca nei ricordi e nella pianificazione di un castigo-vendetta per quel figlio ribelle, che si mette a cercare con il ghigno del cane che insegue la preda. Neppure il tentativo di aiuto da parte dell’amico prete servirà a placare la sua furia. Del resto, nessuno lo mai aiutato davvero e nessuno lo potrà mai aiutare. Finché una mattina il commesso dell’emporio lo chiama al telefono: al mercato, il venditore di uccelli ha riconosciuto suo figlio che sembrava scomparso. E che invece è rifugiato poco lontano, in un casolare, con uomini e donne che hanno lasciato la città per trasferirsi in montagna  in una sorta di comune-cooperativa che cerca di liberarsi dalle cose superflue della nostra contemporaneità.

Il racconto si snoda e si intreccia tra i pensieri del padre che non ricorda e la lucidità del figlio che non vuole parlare, in un susseguirsi di dialoghi serrati che disegnano una storia corale da leggersi tutta d’un fiato. Una favola moderna e amara. Ma forse una speranza c’è, anche per loro.

I libri dimenticati – Numero 1

I libri dimenticati – Rubrica

Stagione di mezzo di Sergio Civinini, Einaudi 1955

Il primo libro di questa rubrica è Stagione di Mezzo di Sergio Civinini, pubblicato nella collana Einaudi de «I gettoni» nel 1955. Una breve raccolta di racconti dal taglio bilenchiano (a Bilenchi il libro è dedicato), fortemente voluta anche da Vittorini.

Il cuore del libro, di ogni racconto raccolto nel libro, è – direi – la condizione esistenziale di quei giovani (o, forse, di un giovane soltanto che assume più forme, Ataro) che oggi chiameremmo preadolescenti e adolescenti, i quali, allora come oggi – sebbene la società sia mutata – rivolgono il loro sguardo al mondo degli adulti, ai paesi o città dove sono cresciuti, sguardi curiosi e timorosi, colmi di smania e eccitazione, tesi e allo stesso tempo recalcitranti all’esperienza di diventar grandi. Un mondo, quello dei personaggi di Civinini, di povera gente, di operai, contadini, manovali, prostitute, bambini dai pantaloni lisi e le ginocchia sbucciate, ragazzini che vagano tra viuzze di borghi medioevali. Un mondo che suona crudo, e tanto più suona crudo, tanto più suona vero (non soltanto reale, bensì vero). Sullo sfondo, appena trascorsa, la seconda guerra, soltanto accennata, ma di ombra lunga e pesante su tutti loro.

Civinini racconta passaggi esistenziali, azioni che iniziano oggi per allungarsi nel tempo, eventi della vita quotidiana che inchiodano il lettore – sempre – alla verità del sentimento che sta dietro le cose, perché sempre, con poche parole, Civinini coglie pienamente l’emozione che accompagna il gesto. Il davanzale della finestra era basso e vedevo un paesaggio di tetti, il cielo era grigio, monotono. Mi sedei vicino a Ivan. Era tanto piccolo e magro, pure quei suoi occhi, resi freddi e opachi dall’agonia lenta che lo consumava, s’illuminarono di gioia.

Un’altalena tra lirismo e realtà che è l’altalena di tutta l’opera di Civinini (anche della seconda raccolta edita per Vallecchi, Una sera con te); altalena – si percepisce – dilaniante per l’autore stesso; scrive a Vittorini “Essi segnano il trapasso da una condizione lirica ad una osservazione più diretta e distaccata della realtà. Allo stato d’animo si sostituisce, o vorrebbe sostituirsi, l’analisi e la elaborazione approfondita del materiale umano. Ma le due cose si compenetrano, e l’osservazione, l’analisi si concludono in situazioni pur sempre liriche” (Milva Maria Cappellini,«A proposito della narrativa di Sergio Civinini» in a.c di Giovanni Capecchi, Sergio Civinini scrittore e giornalista, Le Lettere, Firenze 2011, pag. 59).

II libro di Civinini è il libro di chi è cresciuto in una città medioevale, in questo caso Pistoia, sebbene Pistoia non sia mai nominata (non in questa raccolta, almeno, lo sarà in Una sera con te) circondata e protetta da cerchia montane, da appennini boscosi e selvaggi. Il movimento del giovane che cresce è allora il movimento di chi si separa andando verso il paese, la città, iniziazione dolorosa, per tornare a sera alla natura, a il fiume e dopo il ponte la campagna, e sentivamo nell’aria odore di terra se era piovuto.

Un libro che in me muove nostalgia, in me che faccio parte dell’ultima generazione cresciuta tra i cortili, le aie, i rioni, i quartieri – fatta eccezione per i bimbi dei piccoli borghi – senza l’ansia dello sguardo adulto preoccupato di sorvegliare e proteggere dai pericoli rappresentati dall’altro, da ciò che è sconosciuto. Ma libro, anche, che narra del sentimento dilaniante prodotto dalla voglia di andare in contrasto con la spinta a restare, che è di ogni giovane, in ogni luogo e tempo. Ero triste per l’inverno, triste per la mia solitudine, e avevo voglia di correre e di rotolarmi per terra con gli altri ragazzi, come facevo in estate. All’epoca si poteva contare su riti di passaggio riconosciuti da tutti, sebbene non da tutti accettati, soprattutto quando avversi al buon gusto, al senso morale,alla cultura cristiana, come l’accompagnarsi con prostitute – per gli uomini – per riconoscersi cresciuti, come accade nel bellissimo Una volta sono stato ragazzo, racconto d’apertura. Un abbraccio che torna a essere viaggio e ritorno, strappo doloroso verso l’età adulta quando mi fu vicina nascosi il volto nelle sue braccia e piangevo: volevo che tutto si fermasse. Udii la sua voce, calda al mio orecchio, che diceva dei bambini e delle loro stranezze.

Libro di amicizie, tra giovani e giovani, giovani e vecchi, amicizie in cui si condivide, muti, stessi dolori, stessi piaceri, la stessa voglia di vivere e di non darsi per vinti. Vero è che nel libro di Civinini si percepisce un’inclinazione all’introversione, alla malinconia, a un senso di solitudine forse di chi – come l’autore stesso – ha perduto il padre da giovane e è cresciuto in collegio. Quella sera venendo via da quel bianco inferno mi sentii triste, come se in me avessi una stagione morta entro una pianura troppo grande, della quale mi era impossibile scorgere in confini. Ma in ogni racconto si trova che la salvezza dell’individuo, passa per un noi, per la possibilità di condividere la condizione umana con l’altro.

Racconti scritti con una lingua del quotidiano, composta di oggetti di uso comune, ma sempre precisa, pronta a trovare nel suono della parola, il senso più ampio del pensiero che si vuole evocare, indifferenti a ciò che accadeva intorno a loro, i funai giravano i grandi arcolai di ferro, e le donne accovacciate al suolo pettinavano la canapa.

I più belli, senza dubbio, Una volta sono stato ragazzo, La casa di campagna, La ragazza sola, che punteggiano la vita del giovane, che sono arco nella vita, rappresentando il passaggio da una condizione di infanzia fragile, a intensa amicizia, all’amore turbolento dei ragazzi.

I racconti di Civinini hanno la forza di ri-muovere ricordi dentro di noi, sapori, odori che senza controllo si risvegliano. Di noi che, in una forma o in un’altra, il borgo italiano, la piccola città, abbiamo respirato. Libro da gustare, sicuramente da non dimenticare.

 

 

Perché un blog? I libri dimenticati.

Ho deciso di costruire questo blog per archiviare le recensioni dei miei libri, organizzare gli scritti e i  racconti usciti su riviste o pagine web dedicate alla letteratura. Ma un blog non può essere soltanto un archivio bensì dev’essere, penso, cosa viva. È dunque l’occasione per realizzare un piccolo progetto a cui penso da molto tempo: parlare di quei libri italiani del novecento che abbiamo dimenticato. Con dimenticato, intendo dire di cui non parliamo più, e che sono reperibili soltanto spulciando in biblioteca, o nelle librerie antiquarie.  Piccoli gioielli della nostra narrativa che, purtroppo, solo pochi ricordano, con lo scopo – nel piccolissimo che questo blog può fare – di ricominciare a parlarne.  Non ne parlerò col piglio di un critico, perché critico non sono, ma con la passione di un lettore-scrittore che osserva le cose con uno sguardo psicologico – è inevitabile, perché di psicoterapia, per professione,  mi occupo – taglio del resto che in passato hanno avuto i miei scritti, o recensioni. Un pezzo ogni mese, mese e mezzo, non con la speranza che i lettori leggano il pezzo, ma con la speranza che si incuriosiscano al titolo e al suo autore. La prima di queste pubblicazioni, nei prossimi giorni, con un libretto di racconti uscito nel 1954 per la collana Einaudi de «I Gettoni»: Stagione di Mezzo di Sergio Civinini. A presto.

Recensione di Milva Cappellini a La cosa giusta

Michele Cocchi, La cosa giusta, Effigi edizioni 2016

L’adolescenza è una terra di mezzo, ed è una terra boscosa. A volte assomiglia a un deserto vuoto con rare oasi, altre, come in un negativo fotografico, a una selva oscura con radure illuminate. Luce con ombra, sterpaglia con pantano; sempre l’adolescenza è così, ambigua, bifida: sterile e fertile, insidiosa e fruttuosa, temibile e seducente, feroce e tenera, bellicosa e terrorizzata. Altrettanto ambivalente, si sa, è il bosco stesso, la sua figura letteraria: locus horridus popolato da streghe e orchi micidiali o locus amoenus abitato da amabili genî e ninfe.

L’eroe letterario – in un modo o nell’altro destinato o condannato alla prova, alla ricerca, al cammino: la quête del giovane Perceval, di Pollicino – è, si diceva, un adolescente eterno, perfino nella senilità anagrafica, e la sua impresa lo conduce invariabilmente ad attraversare foreste e boscaglie variamente allegoriche. Qui egli incontra nemici e soccorritori, si nasconde e si svela, è vittorioso e sconfitto, si perde e si trova. Proprio ciò che ogni giorno, ogni momento, accade all’adolescente (e anche alla spina di eterna adolescenza che resta conficcata in ogni uomo e donna), colui che per etimologia si sta nutrendo e sta mutando,  il ricercatore sempre in viaggio, sempre sulle tracce e sempre in peripezia, sempre in pericolo.

Nel romanzo di Michele Cocchi, il bosco che ospita le vicende e i passaggi del ragazzo e dell’uomo – voci che si alternano nei capitoli ordinatamente, come dopo un’attenta analisi che ha intanto introdotto un principio di ordine in un pruneto familiare ed esistenziale inestricabile – è al tempo stesso accogliente e selvaggio, spazio di esperimenti sociali e teatro di impulsi profondissimi.

Il ragazzo Gabriele entra nel bosco fuggendo, nasconde qualcosa nella terra, guada un torrente freddo e melmoso, incontra una comunità che tenta di realizzare, nel fitto della macchia e nelle poche radure, un’esistenza alternativa. Il gruppo è tutt’altro che perfetto, ma offre brecce di accettazione e slarghi di libertà: il casolare non è l’Eden, è piuttosto un luogo in cui sostare, mettersi a prova, ripensare; è un luogo da cui ripartire senza il peso insostenibile del giudizio.

Il male emerge perentorio, nella strage dei cani, nelle malattie dei bambini, nel vino cattivo nel quale l’uomo – l’inseguitore – affoga i propri disastri, nelle mani disgraziate di chi gioca a Bestia nel seminterrato dell’osteria, vestibolo di un inferno sordido. Dietro la vicenda scarnificata dell’uomo e del ragazzo si dispiega una tessitura di tribolazioni e fallimenti; dentro le descrizioni e i dialoghi si addensano simboli antichi, quelli del dentro e del fuori, di ciò che è seppellito e di ciò che riemerge e ritorna, dell’asciutto e del bagnato, del chiaro e del tenebroso. Sono i segni e i gesti della condizione umana al suo grado zero, quello  più vicino (ma tenacemente penosamente irriducibile) alla vita animale e vegetale: la sopravvivenza, il controllo del dolore e della fame, la cura dei figli. Sembra non possa esistere, oltre il cerchio stretto di  urgenza e indigenza, alcun orizzonte, non possa esistere un cammino che non sia fuga disperata o battuta di caccia. Eppure, il titolo del romanzo offre forse una chiave possibile: l’esistenza di una cosa giusta (che, per antonomasia e perfino per solidarietà lessicale, è cosa da fare) testimonia la necessità di una meta al tragitto, da intravedere tra pozze di torrente e roveti di sottobosco:

La luna era una lama sottile e il cielo era velato da stralci di nubi. Il ragazzo distinse l’odore di un temporale in arrivo. L’aria più densa e più scura all’orizzonte. Risalirono l’erta della collina dove i castagni proiettavano ombre sul terreno asciutto. Nella notte il bosco mutava sembianze e Gabriele, diretto sulla cima, perdeva il sentiero e lo ritrovava.

La recensione de La cosa giusta di Matteo Moca su Blow Up

La cosa giusta è il primo romanzo di Michele Cocchi, che esordisce sulla forma lunga dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, pubblicato da Elliot nel 2010. I principali protagonisti di quei dieci racconti erano elementi di un’umanità costituita da esistenza dolorose, continuamente in bilico su un fragile equilibrio perpetuamente disturbato da complesse dinamiche relazionali e psicologiche. Come psicologo Michele Cocchi dimostra una perfetta aderenza ai territori della mente e dei sentimenti; tale padronanza si ritrova in questo suo primo romanzo, forma nella quale l’autore intreccia due storie. Sono infatti due i protagonisti di La cosa giusta, un padre, chiamato generalmente “uomo”, e suo figlio, Gabriele, che si dividono equamente la narrazione. Il romanzo si apre quando un fatto grave è già accaduto e le strade del figlio e del padre si sono già divise, tant’è che ogni capitolo è dedicato all’uno o l’altro personaggio. Gabriele ha sedici anni e fugge nel bosco, sotto la pioggia, con in vista una notte al freddo: scava una buca e seppellisce i suoi vestiti, non vuole essere riconosciuto, non vuole essere rimandato a casa. Il padre invece riprende conoscenza nel buio del capannone del suo allevamento di cani, ferito ad una gamba dal filgio e incapace di muoversi. Padre e figlio si sono separati e vivono ora di questa nuova contrapposizione: uno in movimento, l’altro fermo. Nel corso del romanzo le loro posizioni però si rovesceranno: il figlio troverà requie presso un casolare abitato da una comune dedita al lavoro agricolo, il padre, simbolo di una mascolinità dura pronta però a cedere davanti alla scomparsa del figlio, inizierà invece una ricerca agitata e convulsa, risolta solo dall’aiuto di un prete e di un commesso di un emporio. La risoluzione del rapporto rimane enigmatica, perchè è forse proprio in questa ambiguità che questo rapporto potrà, forse, ricostituirsi. I capitolo dedicati al figlio sono quelli più potenti del romanzo: attraverso continui scambi di battute e riflessioni, a fronte di descrizioni al contrario rade, il narratore riesce a disegnare un ritratto convincente e vero di un’età difficile come quella dell’adolescenza, smascherata qui nei suoi meccanismi più intimi e originari che svelano, dietro le mille problematicità, un carattere amoroso e quasi ancestrale nel rapporto con l’ambiente e la natura.

Matteo Moca, Blow Up Magazine

Recensione de La cosa giusta di Alessandro Beretta su La lettura del Corriere della sera

Disonora il padre che ti insegue
 
Prima un uomo si sveglia ferito a una gamba nel buio di un capannone, intanto un ragazzo fugge nel bosco mentre il sole scende. Fin dai due capitoli d’apertura di La cosa giusta, primo romanzo di Michele Cocchi dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot, 2010), il ritmo alternato della vicenda si impone, divisa in ventisei parti dedicate a “L’uomo” e a “Il ragazzo”. 
Sono padre e figlio e il primo sta cercando il secondo, perché Gabriele, questo il nome del sedicenne, l’ha aggredito, ha distrutto casa, ha ucciso i cani molossoidi del loro allevamento ed è andato via. Almeno, così sembra, e il passo fermo del racconto intavola un inseguimento inizialmente lento, che sprigiona una nota di inquietudine e malessere frutto di un lavoro stilistico mirato. La prosa precisa nel descrivere la natura e l’azzeramento delle metafore vanno in contrasto con l’ambientazione geografica e temporale indefinita: siamo su un monte, ci sono un bosco e un villaggio, lontana è la città, ma non sappiamo mai in che anno e luogo. E’ un’apposizione che dà forza e coerenza ad altre scelte della costruzione drammatica: i dialoghi essenziali, alcune fondamentali ellissi narrative, i pochi salti nel passato. Al centro di tutto questo, il rapporto distrutto dei due personaggi. L’uomo, di cui non sapremo ma il nome, è un alcolizzato ed è costretto dalla sua ricerca a ritornare nel villaggio cui non si avvicinava da anni incontrando, tra gli altri, il prete che li aveva invano aiutati e l’oste che lo faceva giocare d’azzardo. E’ rude, attaccabrighe, il passato è una terra bruciata dall’alcol e lentamente riemerge, definendo i contorni di una donna che non c’è più, fuggita perché picchiata ed esausta, e di una famiglia. Con sé ha un fucile e, dopo una discussione accesa con il prete sul perché non abbia cercato di smettere di bere e perché non abbia denunciato la scomparsa del figlio, è lapidario: “Perché voglio ammazzarlo – disse ridendo l’uomo. – Direi che è piuttosto semplice”. 
Una frase che esplode a metà libro, accelerando di lì in poi la storia, mentre il lettore parteggia per Gabriele che, nella fuga, ha incontrato una famiglia allargata pronto ad accoglierlo. Si tratta di Cristiano, cinquantenne dalla barba rossa, e del so gruppo: vivono in un casolare nel bosco, senza elettricità, coltivano e allevano cercando di usare meno possibile la tecnologia moderna. Una comune in cui al ragazzo non viene chiesto nulla del proprio  trascorso, se non di lavorare, ma dove le relazioni sono in realtà complicate perché quell’isolamento, per loro arrivati dalla città, è un ulteriore e fallimentare fuga.
Qui Gabriele, uscito dall’inferno in cui viveva, cresce rapidamente e si avvicina alla giovane Lucia, anoressica e nevrotica, e a Laika, un pastore belga, femmina, di cui guadagna la fiducia. Il ragazzo ha un carattere sensibile, attento, ma la parentesi di serenità è breve. E’ inutile scappare, i legami non si rompono, e il rapido finale, in un radicale cambio di prospettiva, sigla un’opera compatta, insolita e morale, sul crescere all’ombra di un padre difficile. 

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