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Michele Cocchi

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La recensione di Alessandro Beretta a La Casa dei bambini, su La lettura del Corriere della Sera

 

 

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Recensione di Olga Mugnaini sull’inserto “Il piacere della lettura” di QN (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) de La cosa giusta

 

Padre-figlio, corpo a corpo di sentimenti lacerati di Olga Mugnaini

Asciutto, doloroso, profondo ed essenziale. È un corpo a corpo di sentimenti lacerati, fino in fondo. Anche se poi la parabola termina con uno spiraglio di redenzione che non ti aspetti. Per Michele cocchi, 38 anni pistoiese, La cosa giusta (edizioni Effigi), è il primo romanzo, che arriva dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot). E nel suo srotolare e dipanare i grovigli dell’animo umano, si avverte il contributo del suo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nonostante la scelta del protagonista a doppio registro, con pare e figlio che si alternano i capitoli e i punti di vista della narrazione, è con Gabriele che si schiera il lettore, per seguire questo sedicenne in fuga da un padre con troppi torti per suscitare compassione. Gabriele scappa dopo una furiosa lite e si allontana attraverso il bosco, attento a far perdere le sue tracce ed entrare in simbiosi con una natura spettatrice indifferente delle sue sofferenze.

Il padre a casa, fra alcol e ira, arranca nei ricordi e nella pianificazione di un castigo-vendetta per quel figlio ribelle, che si mette a cercare con il ghigno del cane che insegue la preda. Neppure il tentativo di aiuto da parte dell’amico prete servirà a placare la sua furia. Del resto, nessuno lo mai aiutato davvero e nessuno lo potrà mai aiutare. Finché una mattina il commesso dell’emporio lo chiama al telefono: al mercato, il venditore di uccelli ha riconosciuto suo figlio che sembrava scomparso. E che invece è rifugiato poco lontano, in un casolare, con uomini e donne che hanno lasciato la città per trasferirsi in montagna  in una sorta di comune-cooperativa che cerca di liberarsi dalle cose superflue della nostra contemporaneità.

Il racconto si snoda e si intreccia tra i pensieri del padre che non ricorda e la lucidità del figlio che non vuole parlare, in un susseguirsi di dialoghi serrati che disegnano una storia corale da leggersi tutta d’un fiato. Una favola moderna e amara. Ma forse una speranza c’è, anche per loro.

Recensione di Milva Cappellini a La cosa giusta

Michele Cocchi, La cosa giusta, Effigi edizioni 2016

L’adolescenza è una terra di mezzo, ed è una terra boscosa. A volte assomiglia a un deserto vuoto con rare oasi, altre, come in un negativo fotografico, a una selva oscura con radure illuminate. Luce con ombra, sterpaglia con pantano; sempre l’adolescenza è così, ambigua, bifida: sterile e fertile, insidiosa e fruttuosa, temibile e seducente, feroce e tenera, bellicosa e terrorizzata. Altrettanto ambivalente, si sa, è il bosco stesso, la sua figura letteraria: locus horridus popolato da streghe e orchi micidiali o locus amoenus abitato da amabili genî e ninfe.

L’eroe letterario – in un modo o nell’altro destinato o condannato alla prova, alla ricerca, al cammino: la quête del giovane Perceval, di Pollicino – è, si diceva, un adolescente eterno, perfino nella senilità anagrafica, e la sua impresa lo conduce invariabilmente ad attraversare foreste e boscaglie variamente allegoriche. Qui egli incontra nemici e soccorritori, si nasconde e si svela, è vittorioso e sconfitto, si perde e si trova. Proprio ciò che ogni giorno, ogni momento, accade all’adolescente (e anche alla spina di eterna adolescenza che resta conficcata in ogni uomo e donna), colui che per etimologia si sta nutrendo e sta mutando,  il ricercatore sempre in viaggio, sempre sulle tracce e sempre in peripezia, sempre in pericolo.

Nel romanzo di Michele Cocchi, il bosco che ospita le vicende e i passaggi del ragazzo e dell’uomo – voci che si alternano nei capitoli ordinatamente, come dopo un’attenta analisi che ha intanto introdotto un principio di ordine in un pruneto familiare ed esistenziale inestricabile – è al tempo stesso accogliente e selvaggio, spazio di esperimenti sociali e teatro di impulsi profondissimi.

Il ragazzo Gabriele entra nel bosco fuggendo, nasconde qualcosa nella terra, guada un torrente freddo e melmoso, incontra una comunità che tenta di realizzare, nel fitto della macchia e nelle poche radure, un’esistenza alternativa. Il gruppo è tutt’altro che perfetto, ma offre brecce di accettazione e slarghi di libertà: il casolare non è l’Eden, è piuttosto un luogo in cui sostare, mettersi a prova, ripensare; è un luogo da cui ripartire senza il peso insostenibile del giudizio.

Il male emerge perentorio, nella strage dei cani, nelle malattie dei bambini, nel vino cattivo nel quale l’uomo – l’inseguitore – affoga i propri disastri, nelle mani disgraziate di chi gioca a Bestia nel seminterrato dell’osteria, vestibolo di un inferno sordido. Dietro la vicenda scarnificata dell’uomo e del ragazzo si dispiega una tessitura di tribolazioni e fallimenti; dentro le descrizioni e i dialoghi si addensano simboli antichi, quelli del dentro e del fuori, di ciò che è seppellito e di ciò che riemerge e ritorna, dell’asciutto e del bagnato, del chiaro e del tenebroso. Sono i segni e i gesti della condizione umana al suo grado zero, quello  più vicino (ma tenacemente penosamente irriducibile) alla vita animale e vegetale: la sopravvivenza, il controllo del dolore e della fame, la cura dei figli. Sembra non possa esistere, oltre il cerchio stretto di  urgenza e indigenza, alcun orizzonte, non possa esistere un cammino che non sia fuga disperata o battuta di caccia. Eppure, il titolo del romanzo offre forse una chiave possibile: l’esistenza di una cosa giusta (che, per antonomasia e perfino per solidarietà lessicale, è cosa da fare) testimonia la necessità di una meta al tragitto, da intravedere tra pozze di torrente e roveti di sottobosco:

La luna era una lama sottile e il cielo era velato da stralci di nubi. Il ragazzo distinse l’odore di un temporale in arrivo. L’aria più densa e più scura all’orizzonte. Risalirono l’erta della collina dove i castagni proiettavano ombre sul terreno asciutto. Nella notte il bosco mutava sembianze e Gabriele, diretto sulla cima, perdeva il sentiero e lo ritrovava.

La recensione de La cosa giusta di Matteo Moca su Blow Up

La cosa giusta è il primo romanzo di Michele Cocchi, che esordisce sulla forma lunga dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, pubblicato da Elliot nel 2010. I principali protagonisti di quei dieci racconti erano elementi di un’umanità costituita da esistenza dolorose, continuamente in bilico su un fragile equilibrio perpetuamente disturbato da complesse dinamiche relazionali e psicologiche. Come psicologo Michele Cocchi dimostra una perfetta aderenza ai territori della mente e dei sentimenti; tale padronanza si ritrova in questo suo primo romanzo, forma nella quale l’autore intreccia due storie. Sono infatti due i protagonisti di La cosa giusta, un padre, chiamato generalmente “uomo”, e suo figlio, Gabriele, che si dividono equamente la narrazione. Il romanzo si apre quando un fatto grave è già accaduto e le strade del figlio e del padre si sono già divise, tant’è che ogni capitolo è dedicato all’uno o l’altro personaggio. Gabriele ha sedici anni e fugge nel bosco, sotto la pioggia, con in vista una notte al freddo: scava una buca e seppellisce i suoi vestiti, non vuole essere riconosciuto, non vuole essere rimandato a casa. Il padre invece riprende conoscenza nel buio del capannone del suo allevamento di cani, ferito ad una gamba dal filgio e incapace di muoversi. Padre e figlio si sono separati e vivono ora di questa nuova contrapposizione: uno in movimento, l’altro fermo. Nel corso del romanzo le loro posizioni però si rovesceranno: il figlio troverà requie presso un casolare abitato da una comune dedita al lavoro agricolo, il padre, simbolo di una mascolinità dura pronta però a cedere davanti alla scomparsa del figlio, inizierà invece una ricerca agitata e convulsa, risolta solo dall’aiuto di un prete e di un commesso di un emporio. La risoluzione del rapporto rimane enigmatica, perchè è forse proprio in questa ambiguità che questo rapporto potrà, forse, ricostituirsi. I capitolo dedicati al figlio sono quelli più potenti del romanzo: attraverso continui scambi di battute e riflessioni, a fronte di descrizioni al contrario rade, il narratore riesce a disegnare un ritratto convincente e vero di un’età difficile come quella dell’adolescenza, smascherata qui nei suoi meccanismi più intimi e originari che svelano, dietro le mille problematicità, un carattere amoroso e quasi ancestrale nel rapporto con l’ambiente e la natura.

Matteo Moca, Blow Up Magazine

Recensione di Emiliano Gucci a Tutto sarebbe tornato a posto, su Flair

Sono già molte le cose palesemente a posto nell’ottimo esordio di Michele Cocchi. Una raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, (Elliot ed.) dove ogni parola sembra essere quella esatta, ogni scena l’unica possibile per raccontare quella precisa vita lì, così comune, normale, eppure centrale nell’universo in cui il libro ci catapulta: il nostro. Bambini, sorelle, padri, amici, sul lungomare, o in una piazza, noi stessi colti nell’attimo in cui un episodio apre possibilità e interrogativi che continueranno a lavorarci dentro. Chi non ha voglia di scavare sotto la superficie troverà semplicemente un libro scritto molto bene. Chi non ama i racconti brevi troverà tasselli indispensabili alla riuscita di un magnetico affresco finale, molto più compatto di certi romanzi. Chi si lascerà andare, farà fatica a dimenticare queste storie.

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