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Michele Cocchi

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La recensione di Francesco Mazzetta su Alias, Il Manifesto

Per parlare del nuovo romanzo di Michele Cocchi «Us» (Fandango, collana Weird Young) sia consentito offrire due giochi come coordinate di riferimento. Il primo è «America’s Army», creato dall’esercito statunitense per reclutare ed addestrare giovani alla collaborazione durante le missioni di combattimento. Il secondo è «Modern Warfare 2» (episodio del franchising «Call of Duty») e in particolare il controverso livello «Niente russo» dove il giocatore deve impersonare un terrorista durante un’attentato. «Us» è un immaginario videogioco multiplayer in cui squadre di tre giocatori sono impegnate in scenari ispirati realisticamente ai conflitti del Novecento. La prima squadra che supererà tutti gli scenari vincerà un cospicuo premio in denaro, ma per vincere ogni scenario occorre che la squadra riesca a portare a termine l’obiettivo assegnato in maniera concorde e facendo si che tutti i membri restino vivi.

Protagonista della storia Tommaso, un adolescente che da un anno e mezzo non esce dalla sua stanza, colto da prurito e dolori ogni volta che varca il cancello dell’abitazione. Abbandonati lo sport e la scuola, passa le giornate con le sue due maggiori passioni: il basket, di cui conosce a memoria partite e campioni, e i videogiochi, in particolare appunto Us. La sua squadra, oltre che da lui col «nick» Logan, è composta da Rin e da Hud. A Tommaso/Logan non interessano particolarmente gli «sparatutto» e del gruppo è quello che si potrebbe considerare il «regista», mentre Hud – maschio ed irruento – è quello che si getta nella mischia sparando e Rin, appassionata di anime, è invece quella specializzata a risolvere le situazioni silenziosamente grazie ad arco e katana. La vita diurna dell’«hikikomori» Tommaso è un perenne destreggiarsi tra la madre conflittuale e il padre solo apparentemente permissivo, routine variata dagli incontri con una psicologa e dall’osservazione notturna del tasso che gironzola tra orti e giardini in cerca di cibo. Ma la sera è impegnato a risolvere, non sempre con successo, situazioni nella Colombia delle Farc, nella Jugoslavia della guerra civile, nell’Etiopia occupata dalle truppe fasciste, ecc.

E, per certi versi, le dinamiche relazionali all’interno di «Us» non sono così diverse da quelle nella vita reale con Rin riflessiva e prudente, incline a scambiare confidenze non solo «in-game», e Hud perennemente irritabile e scostante. Ed è qui che ci aiuta la prima coordinata: «Us», come «America’s Army» aiuta i tre ragazzi a fare squadra, ad imparare a superare le debolezze individuali tramite la forza collettiva. A fidarsi l’uno degli altri per poter sopravvivere nel gioco. Anche perché – ed ecco la seconda coordinata – «Us» costringe i giocatori a vivere scenari drammatici che a scuola avevano seguito distrattamente ed annoiati. Ad un certo punto Hud/Luca afferma: «ho imparato più cose sulla storia del Novecento in due mesi che in dodici anni di scuola. Us ci costringe a essere vittime o carnefici, militari o ribelli, violenti o pacifici. All’inizio ti sembra uno sparatutto come gli altri, sei forte perché hai un fucile ma poi capisci che avere un’arma non è decisivo, che nella vita… si può scegliere, si deve scegliere». È la missione della strage nei campi di Sabra e Chatila nel 1982 in cui, messi di fronte a corpi violati, martoriati, fatti a pezzi di uomini, donne e bambini, il gruppo si rompe: Rin, inorridita, si disconnette e non si presenta più alle missioni.

L’impossibilità di proseguire il gioco induce Tommaso a mettersi alla ricerca nel mondo reale dei suoi compagni e, contro ogni previsione, a trovarli. Solo per rendersi conto che la nuova missione da compiere assieme non sarà nel mondo virtuale di «Us», ma piuttosto in quello reale, di fronte alle contraddizioni delle rispettive famiglie e alla necessità di scegliere chi aiutare, se profughi in fuga o ronde fascioleghiste a caccia d’immigrati clandestini al confine tra Italia e Francia. Alla necessità, per Tommaso, di uscire dal guscio della stanza, di confrontarsi col mondo esterno, grazie all’aiuto degli amici per potere lui stesso aiutare loro. Se il romanzo di Michele Cocchi, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, parte un po’ didascalicamente in bilico tra le descrizioni della psicologia di Tommaso, del gameplay del gioco, delle ambientazioni storiche dei livelli, diventa una lettura trascinante man mano che riesce a farci entrare nelle paure e nei desideri del protagonista. Mano a mano che ci rendiamo conto che la distinzione tra virtuale e reale può essere meno chiara di quanto ci aspettiamo e che le scelte etiche che compiamo nei mondi virtuali possono definirci anche in quella che consideriamo la realtà.

Us su Adrenalibri

“Poi è arrivato “Us” di Michele Cocchi, è arrivata la richiesta di partecipare ad un blog tour in cui avrei potuto concentrarmi sulla parte psicologica di un fenomeno ancora poco studiato, tutto da scoprire, ma di rilevanza sociale fortissima. E quindi ho iniziato a leggere il libro e a fare ricerche online, e i puntini che mi ero formata in questi anni si sono piano piano collegati.”[…]

La Casa dei bambini vince il premio Comisso 2018

Premio Comisso 2018: Michele Cocchi e Cristina Battocletti i vincitori delle sezioni Narrativa e Biografia

Sabato 6 ottobre in seduta pubblica al Salone dei Trecento di Treviso sono state proclamate le opere vincitrici della XXXVII edizione del Premio letterario Giovanni Comisso “Regione del Veneto- Città di Treviso” per le sezioni Narrativa e Biografia.
Il vincitore della Sezione Narrativa è: “La casa dei bambini“, di Michele Cocchi (Fandango libri).
Il vincitore della Sezione Biografia è: “Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste“, di Cristina Battocletti (La nave di Teseo).
Le due opere hanno ottenuto la maggioranza dei voti dai componenti la Grande Giuria del Premio tra i finalisti selezionati dalla Giuria Tecnica.

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Recensioni

Recensione di Olga Mugnaini sull’inserto “Il piacere della lettura” di QN (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) de La cosa giusta

 

Padre-figlio, corpo a corpo di sentimenti lacerati di Olga Mugnaini

Asciutto, doloroso, profondo ed essenziale. È un corpo a corpo di sentimenti lacerati, fino in fondo. Anche se poi la parabola termina con uno spiraglio di redenzione che non ti aspetti. Per Michele cocchi, 38 anni pistoiese, La cosa giusta (edizioni Effigi), è il primo romanzo, che arriva dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot). E nel suo srotolare e dipanare i grovigli dell’animo umano, si avverte il contributo del suo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nonostante la scelta del protagonista a doppio registro, con pare e figlio che si alternano i capitoli e i punti di vista della narrazione, è con Gabriele che si schiera il lettore, per seguire questo sedicenne in fuga da un padre con troppi torti per suscitare compassione. Gabriele scappa dopo una furiosa lite e si allontana attraverso il bosco, attento a far perdere le sue tracce ed entrare in simbiosi con una natura spettatrice indifferente delle sue sofferenze.

Il padre a casa, fra alcol e ira, arranca nei ricordi e nella pianificazione di un castigo-vendetta per quel figlio ribelle, che si mette a cercare con il ghigno del cane che insegue la preda. Neppure il tentativo di aiuto da parte dell’amico prete servirà a placare la sua furia. Del resto, nessuno lo mai aiutato davvero e nessuno lo potrà mai aiutare. Finché una mattina il commesso dell’emporio lo chiama al telefono: al mercato, il venditore di uccelli ha riconosciuto suo figlio che sembrava scomparso. E che invece è rifugiato poco lontano, in un casolare, con uomini e donne che hanno lasciato la città per trasferirsi in montagna  in una sorta di comune-cooperativa che cerca di liberarsi dalle cose superflue della nostra contemporaneità.

Il racconto si snoda e si intreccia tra i pensieri del padre che non ricorda e la lucidità del figlio che non vuole parlare, in un susseguirsi di dialoghi serrati che disegnano una storia corale da leggersi tutta d’un fiato. Una favola moderna e amara. Ma forse una speranza c’è, anche per loro.

Recensione di Emiliano Gucci a Tutto sarebbe tornato a posto, su Flair

Sono già molte le cose palesemente a posto nell’ottimo esordio di Michele Cocchi. Una raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, (Elliot ed.) dove ogni parola sembra essere quella esatta, ogni scena l’unica possibile per raccontare quella precisa vita lì, così comune, normale, eppure centrale nell’universo in cui il libro ci catapulta: il nostro. Bambini, sorelle, padri, amici, sul lungomare, o in una piazza, noi stessi colti nell’attimo in cui un episodio apre possibilità e interrogativi che continueranno a lavorarci dentro. Chi non ha voglia di scavare sotto la superficie troverà semplicemente un libro scritto molto bene. Chi non ama i racconti brevi troverà tasselli indispensabili alla riuscita di un magnetico affresco finale, molto più compatto di certi romanzi. Chi si lascerà andare, farà fatica a dimenticare queste storie.

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