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Michele Cocchi

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La recensione di Alessandro Beretta a La Casa dei bambini, su La lettura del Corriere della Sera

 

 

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Tutte le recensioni de La Casa dei bambini e de La cosa giusta

Recensioni

I libri dimenticati – Numero 2

I libri dimenticati – Rubrica

Il sempione strizza l’occhio al Frejus di Elio Vittorini, Bompiani 1947

Il sempione strizza l’occhio al Frejus, del 1947, è uno dei libri di Vittorini di cui si parla poco, misconosciuto, difficilmente reperibile. Se escludiamo l’opera omnia uscita nella collana “I meridiani” circa trent’anni fa, l’ultima pubblicazione de Il sempione è ancora più lontana nel tempo. Eppure è un piccolo gioiello della narrativa italiana, sia dal punto di vista formale che contenutistico, una pietra preziosa, senza impurità. Potrebbe essere letto come una pièce teatrale: tutto, o quasi tutto, si svolge dentro una modesta casa, nella periferia di Milano, casa di gente povera, siciliani emigrati negli anni trenta. Su tutti spiccano la figura della madre, quella del nonno – il padre di lei –, e del viandante Muso di Fumo. Un equilibrio di forze precario, quello tra i tre personaggi principali e gli altri sullo sfondo, sul quale incombe il fantasma della morte. Una morte materiale, corporea, la morte del nonno “Elefante” – come lo chiama la donna – Elefante perché il nonno è simbolo della forza, della tenacia, dell’uomo in quanto specie umana, in grado di traforare le montagne (Sempione e Frejus) e costruire piramidi. Ma anche morte spirituale, perché il nonno Elefante è simbolo di temperanza, di umiltà, di generosità, di chi è in grado di prendersi cura della famiglia ma, soprattutto, del genere umano tutto – Conversazione in Sicilia –; qualità dello spirito, queste, che al tempo di Vittorini – è ciò che Vittorini denuncia -, ma, direi, anche nel nostro tempo, parte dell’umanità ha perduto.

Sul palco, in primo piano, a prendersi la scena col corpo e la voce, la donna che sa di cose comunemente considerate ‘da donna’: la gestione della casa, dei figli, del vecchio; così come sa di cose comunemente considerate ‘da uomo’: la gestione economica, l’organizzazione della famiglia, del lavoro. Questo, va detto, è di tutte le donne di Vittorini, presenze corporali, di forza fisica, e allo stesso tempo di forza mentale, astute, sagge, umorali, che incarnano tutta la sfera emotiva e comportamentale della specie umana, l’intero ventaglio. Burattinaio, la donna de Il Sempione, che muove i fili e che, come la madre di Conversazione, apparentemente non ha bisogno di un uomo – allora era l’attore improvvisato di Macbeth, farfallone e donnaiolo; adesso lo scialbo biondino (marito e figura del tutto secondaria) – ma allo stesso tempo lamenta l’assenza dell’uomo forte, il Gran Lombardo di Conversazione, o rimpiange l’uomo Elefante quando ancora era Elefante. Donna che, nell’acuta analisi di Vittorini, denuncia le ambiguità del genere umano, il quale vede, comprende, conosce, ha mete da raggiungere e nonostante ciò, giace immobile, in una continua lamentela, senza trovare il coraggio di fare, o di dire. Un tipico uomo del tempo di Vittorini, così come del nostro tempo, e forse di tutti i tempi, italiano, ma non solo. Un tipo di uomo che si immobilizza, che finché può si bagna nel suo rigagnolo, aspirando a fiumi e laghi senza il coraggio, la forza, la tenacia di mettersi in viaggio. Quasi fosse un movimento ineluttabile della società, o addirittura dell’umanità tutta, questo dover fare i conti con un indebolimento della figura maschile, presente, responsabile, autorevole. Come non pensare alla lungimiranza di Vittorini, tipica dei narratori-pensatori grandi, di vedere quello che sarà?: una società, la nostra, dominata dalla componente narcisistica, con la fragilità che consegue all’aver messo al centro la nostra immagine, il nostro successo sociale. Un’umanità, quella di Vittorini, che soffre, per ciò che è – la guerra, il dopoguerra – ma anche per ciò che sarà e che Vittorini già vede, o intravede nei movimenti sociali intorno a sé.

La bellezza de il Sempione sta anche nel fatto che ogni personaggio ne nasconde un secondo, un terzo, in un gioco di scatole cinesi, dove ogni volta si ha la sensazione di raggiungere, finalmente, il nocciolo, senza tenerlo mai. Ognuno è bianco e nero, capace e incapace, coraggioso e vigliacco, utile e inutile. Lo stesso nonno Elefante, un tempo trascinatore del genere umano, oggi è un peso, un insaziabile trangugiatore di pane e cicoria; e la donna passa da amarlo, idealizzarlo, ergerlo a modello di vita, a mito da narrare e rinarrare, a esserne delusa e – oltremodo straziata – a sentirsi  combattuta: ciò che era amato, viene svalutato, accusato, odiato anche, poiché fragile – la fragilità di ogni uomo, anche del più illuminato, anche del più Elefante – , perché il padre, come ogni uomo, è soggetto allo scorrere del tempo, e alle debolezze tipiche della specie umana.

Dunque l’entrata in scena di Muso di Fumo, che da bambino avrebbe voluto, di mestiere, fare l’incantatore, rappresenta la possibilità di tornare a sentire l’altro, di recuperare la capacità perduta di sintonizzarsi, di entrare in empatia col prossimo. In fondo, cos’è un incantatore, se non un uomo in grado di farti vedere ciò che tu desideri vedere, e per questo capace di leggere – in te – quel desiderio?

Muso di Fumo, operaio che giorno dopo giorno ha visto il nonno camminare di fronte al cantiere, e ha visto, il nonno, come nessuno lo ha forse veduto, è in grado di mettere in parole ciò che gli altri non sono in grado nemmeno di pensare: che il nonno muoia. È la forza di Vittorini, credo, quella di andare oltre l’aspetto sociale ed entrare dentro l’uomo. Muso di Fumo è l’aruspice che vede nelle cose i segni, Muso di Fumo è l’intermediario tra il mondo di dentro e quello di fuori. Figura cristiana e allo stesso tempo pagana, quasi sciamanica, in grado di vedere e, soprattutto, di mettere in parole e in pensiero le fantasie, traendole fuori dal territorio pericoloso delle emozioni troppo intense, e improprie, lontane dalla verità: odio, invidia, furore. Muso di Fumo è colui che porta conoscenza, verità, perché è colui che sa la lingua dell’uomo, sa la mente dell’uomo, e dunque, a differenza della donna, non idealizza, e non svaluta, non mitizza e non accusa, accetta l’uomo così com’è, con la sua grandezza e la sua debolezza, con i suoi slanci e con le sue bassezze.

Solo questa capacità di dire, ma ancora prima di pensare, porterà l’uomo Elefante a sciogliere il proprio conflitto, o, meglio ancora, il conflitto della donna che l’uomo elefante porta sulla sua groppa (inchiodato sulla sedia a lasciarsi cantare come eroe e allo stesso tempo a farsi odiare come uomo sconfitto), a interrompere la lotta contro un destino inevitabile, a smettere di ingozzarsi con pane e cicoria privandone gli altri, e a uscire di casa per andare incontro alla fine lasciando, finalmente, il posto a qualcosa di nuovo, a una nuova vita che può attecchire, a nuovi pensieri che possono nascere, a nuove generazioni che possono portare nuova linfa, nuova forza elefantina, nuovo coraggio, nuovo slancio verso il genere umano.

 

Recensione di Olga Mugnaini sull’inserto “Il piacere della lettura” di QN (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) de La cosa giusta

 

Padre-figlio, corpo a corpo di sentimenti lacerati di Olga Mugnaini

Asciutto, doloroso, profondo ed essenziale. È un corpo a corpo di sentimenti lacerati, fino in fondo. Anche se poi la parabola termina con uno spiraglio di redenzione che non ti aspetti. Per Michele cocchi, 38 anni pistoiese, La cosa giusta (edizioni Effigi), è il primo romanzo, che arriva dopo la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot). E nel suo srotolare e dipanare i grovigli dell’animo umano, si avverte il contributo del suo mestiere di psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nonostante la scelta del protagonista a doppio registro, con pare e figlio che si alternano i capitoli e i punti di vista della narrazione, è con Gabriele che si schiera il lettore, per seguire questo sedicenne in fuga da un padre con troppi torti per suscitare compassione. Gabriele scappa dopo una furiosa lite e si allontana attraverso il bosco, attento a far perdere le sue tracce ed entrare in simbiosi con una natura spettatrice indifferente delle sue sofferenze.

Il padre a casa, fra alcol e ira, arranca nei ricordi e nella pianificazione di un castigo-vendetta per quel figlio ribelle, che si mette a cercare con il ghigno del cane che insegue la preda. Neppure il tentativo di aiuto da parte dell’amico prete servirà a placare la sua furia. Del resto, nessuno lo mai aiutato davvero e nessuno lo potrà mai aiutare. Finché una mattina il commesso dell’emporio lo chiama al telefono: al mercato, il venditore di uccelli ha riconosciuto suo figlio che sembrava scomparso. E che invece è rifugiato poco lontano, in un casolare, con uomini e donne che hanno lasciato la città per trasferirsi in montagna  in una sorta di comune-cooperativa che cerca di liberarsi dalle cose superflue della nostra contemporaneità.

Il racconto si snoda e si intreccia tra i pensieri del padre che non ricorda e la lucidità del figlio che non vuole parlare, in un susseguirsi di dialoghi serrati che disegnano una storia corale da leggersi tutta d’un fiato. Una favola moderna e amara. Ma forse una speranza c’è, anche per loro.

I libri dimenticati – Numero 1

I libri dimenticati – Rubrica

Stagione di mezzo di Sergio Civinini, Einaudi 1955

Il primo libro di questa rubrica è Stagione di Mezzo di Sergio Civinini, pubblicato nella collana Einaudi de «I gettoni» nel 1955. Una breve raccolta di racconti dal taglio bilenchiano (a Bilenchi il libro è dedicato), fortemente voluta anche da Vittorini.

Il cuore del libro, di ogni racconto raccolto nel libro, è – direi – la condizione esistenziale di quei giovani (o, forse, di un giovane soltanto che assume più forme, Ataro) che oggi chiameremmo preadolescenti e adolescenti, i quali, allora come oggi – sebbene la società sia mutata – rivolgono il loro sguardo al mondo degli adulti, ai paesi o città dove sono cresciuti, sguardi curiosi e timorosi, colmi di smania e eccitazione, tesi e allo stesso tempo recalcitranti all’esperienza di diventar grandi. Un mondo, quello dei personaggi di Civinini, di povera gente, di operai, contadini, manovali, prostitute, bambini dai pantaloni lisi e le ginocchia sbucciate, ragazzini che vagano tra viuzze di borghi medioevali. Un mondo che suona crudo, e tanto più suona crudo, tanto più suona vero (non soltanto reale, bensì vero). Sullo sfondo, appena trascorsa, la seconda guerra, soltanto accennata, ma di ombra lunga e pesante su tutti loro.

Civinini racconta passaggi esistenziali, azioni che iniziano oggi per allungarsi nel tempo, eventi della vita quotidiana che inchiodano il lettore – sempre – alla verità del sentimento che sta dietro le cose, perché sempre, con poche parole, Civinini coglie pienamente l’emozione che accompagna il gesto. Il davanzale della finestra era basso e vedevo un paesaggio di tetti, il cielo era grigio, monotono. Mi sedei vicino a Ivan. Era tanto piccolo e magro, pure quei suoi occhi, resi freddi e opachi dall’agonia lenta che lo consumava, s’illuminarono di gioia.

Un’altalena tra lirismo e realtà che è l’altalena di tutta l’opera di Civinini (anche della seconda raccolta edita per Vallecchi, Una sera con te); altalena – si percepisce – dilaniante per l’autore stesso; scrive a Vittorini “Essi segnano il trapasso da una condizione lirica ad una osservazione più diretta e distaccata della realtà. Allo stato d’animo si sostituisce, o vorrebbe sostituirsi, l’analisi e la elaborazione approfondita del materiale umano. Ma le due cose si compenetrano, e l’osservazione, l’analisi si concludono in situazioni pur sempre liriche” (Milva Maria Cappellini,«A proposito della narrativa di Sergio Civinini» in a.c di Giovanni Capecchi, Sergio Civinini scrittore e giornalista, Le Lettere, Firenze 2011, pag. 59).

II libro di Civinini è il libro di chi è cresciuto in una città medioevale, in questo caso Pistoia, sebbene Pistoia non sia mai nominata (non in questa raccolta, almeno, lo sarà in Una sera con te) circondata e protetta da cerchia montane, da appennini boscosi e selvaggi. Il movimento del giovane che cresce è allora il movimento di chi si separa andando verso il paese, la città, iniziazione dolorosa, per tornare a sera alla natura, a il fiume e dopo il ponte la campagna, e sentivamo nell’aria odore di terra se era piovuto.

Un libro che in me muove nostalgia, in me che faccio parte dell’ultima generazione cresciuta tra i cortili, le aie, i rioni, i quartieri – fatta eccezione per i bimbi dei piccoli borghi – senza l’ansia dello sguardo adulto preoccupato di sorvegliare e proteggere dai pericoli rappresentati dall’altro, da ciò che è sconosciuto. Ma libro, anche, che narra del sentimento dilaniante prodotto dalla voglia di andare in contrasto con la spinta a restare, che è di ogni giovane, in ogni luogo e tempo. Ero triste per l’inverno, triste per la mia solitudine, e avevo voglia di correre e di rotolarmi per terra con gli altri ragazzi, come facevo in estate. All’epoca si poteva contare su riti di passaggio riconosciuti da tutti, sebbene non da tutti accettati, soprattutto quando avversi al buon gusto, al senso morale,alla cultura cristiana, come l’accompagnarsi con prostitute – per gli uomini – per riconoscersi cresciuti, come accade nel bellissimo Una volta sono stato ragazzo, racconto d’apertura. Un abbraccio che torna a essere viaggio e ritorno, strappo doloroso verso l’età adulta quando mi fu vicina nascosi il volto nelle sue braccia e piangevo: volevo che tutto si fermasse. Udii la sua voce, calda al mio orecchio, che diceva dei bambini e delle loro stranezze.

Libro di amicizie, tra giovani e giovani, giovani e vecchi, amicizie in cui si condivide, muti, stessi dolori, stessi piaceri, la stessa voglia di vivere e di non darsi per vinti. Vero è che nel libro di Civinini si percepisce un’inclinazione all’introversione, alla malinconia, a un senso di solitudine forse di chi – come l’autore stesso – ha perduto il padre da giovane e è cresciuto in collegio. Quella sera venendo via da quel bianco inferno mi sentii triste, come se in me avessi una stagione morta entro una pianura troppo grande, della quale mi era impossibile scorgere in confini. Ma in ogni racconto si trova che la salvezza dell’individuo, passa per un noi, per la possibilità di condividere la condizione umana con l’altro.

Racconti scritti con una lingua del quotidiano, composta di oggetti di uso comune, ma sempre precisa, pronta a trovare nel suono della parola, il senso più ampio del pensiero che si vuole evocare, indifferenti a ciò che accadeva intorno a loro, i funai giravano i grandi arcolai di ferro, e le donne accovacciate al suolo pettinavano la canapa.

I più belli, senza dubbio, Una volta sono stato ragazzo, La casa di campagna, La ragazza sola, che punteggiano la vita del giovane, che sono arco nella vita, rappresentando il passaggio da una condizione di infanzia fragile, a intensa amicizia, all’amore turbolento dei ragazzi.

I racconti di Civinini hanno la forza di ri-muovere ricordi dentro di noi, sapori, odori che senza controllo si risvegliano. Di noi che, in una forma o in un’altra, il borgo italiano, la piccola città, abbiamo respirato. Libro da gustare, sicuramente da non dimenticare.

 

 

Perché un blog? I libri dimenticati.

Ho deciso di costruire questo blog per archiviare le recensioni dei miei libri, organizzare gli scritti e i  racconti usciti su riviste o pagine web dedicate alla letteratura. Ma un blog non può essere soltanto un archivio bensì dev’essere, penso, cosa viva. È dunque l’occasione per realizzare un piccolo progetto a cui penso da molto tempo: parlare di quei libri italiani del novecento che abbiamo dimenticato. Con dimenticato, intendo dire di cui non parliamo più, e che sono reperibili soltanto spulciando in biblioteca, o nelle librerie antiquarie.  Piccoli gioielli della nostra narrativa che, purtroppo, solo pochi ricordano, con lo scopo – nel piccolissimo che questo blog può fare – di ricominciare a parlarne.  Non ne parlerò col piglio di un critico, perché critico non sono, ma con la passione di un lettore-scrittore che osserva le cose con uno sguardo psicologico – è inevitabile, perché di psicoterapia, per professione,  mi occupo – taglio del resto che in passato hanno avuto i miei scritti, o recensioni. Un pezzo ogni mese, mese e mezzo, non con la speranza che i lettori leggano il pezzo, ma con la speranza che si incuriosiscano al titolo e al suo autore. La prima di queste pubblicazioni, nei prossimi giorni, con un libretto di racconti uscito nel 1954 per la collana Einaudi de «I Gettoni»: Stagione di Mezzo di Sergio Civinini. A presto.

Recensione di Emiliano Gucci a Tutto sarebbe tornato a posto, su Flair

Sono già molte le cose palesemente a posto nell’ottimo esordio di Michele Cocchi. Una raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, (Elliot ed.) dove ogni parola sembra essere quella esatta, ogni scena l’unica possibile per raccontare quella precisa vita lì, così comune, normale, eppure centrale nell’universo in cui il libro ci catapulta: il nostro. Bambini, sorelle, padri, amici, sul lungomare, o in una piazza, noi stessi colti nell’attimo in cui un episodio apre possibilità e interrogativi che continueranno a lavorarci dentro. Chi non ha voglia di scavare sotto la superficie troverà semplicemente un libro scritto molto bene. Chi non ama i racconti brevi troverà tasselli indispensabili alla riuscita di un magnetico affresco finale, molto più compatto di certi romanzi. Chi si lascerà andare, farà fatica a dimenticare queste storie.

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